C’era una volta, bambina mia

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“Ha gli occhi così grandi, in quel suo essere bambina.
-Mamma, guarda, io rido!
Sì amore mio, ridi. Ridi sempre.”

Vorrei raccontarti una fiaba, per rendere dolce l’amarezza, ma non so condire le mie parole con espedienti, draghi, principi o castelli. Potrei narrarti la storia di una principessa, dandole il tuo nome, ma il tuo viso ha le sembianze di un angelo, e nel mio immaginario riflette qualcosa di etereo, allora sarebbe un racconto al sapore di Eden e non una favola incipriata di effimero.

“-Contiamo i granelli di sabbia insieme.
-Ma sono tantissimi, piccola mia.
-Mamma, allora abbiamo tra le mani ..l’infinito.”

Hai gli occhi di chi è stata costretta a vivere, ancora prima di poter comprendere la vita. E le favole, bambina mia, sono piene di colori immaginari e sfondi senza tempo. E tu dei colori hai dovuto imparare le sfumature partendo dal nero e del tempo hai tenuto stretti i ricordi, per non lasciar scivolare via ciò che
di bello credevi fosse possibile.

“Sei seduta con la schiena adesa alla porta, lo sguardo di chi spera, una bambola tra le mani e le scarpine slacciate, che avrai certamente provato a sistemare.
-Voglio il mio papà. Posso aspettare qui?”
Mi siedo accanto a te, appoggi la guancia sul mio ventre. Ti accarezzo piano, sorridendo e mi sradico l’anima a pugni chiusi, nascosta nel mio silenzio.”

Se potessi plasmerei per te i sogni che l’egoismo altrui ti ha strappato. Sì, amore mio, puoi aspettarlo il tuo papà; io rimarrò qui accanto. Lasceremo scivolare il tempo; in futuro morderai a denti stretti le tue consapevolezze e inspirando profondamente, ti stringerò, forte, ogni giorno.

“-Ti racconto una favola, mammina. C’era una volta la mia mamma e il suo re. Ma il re l’abbracciava sempre e a te non cadevano più le lacrime dagli occhi.”

Del “C’era una volta” ti racconterò la bellezza della vita che rifiorisce persino dopo un abbandono. Quella che oggi sto vivendo dopo aver lottato contro traumi e paure. Ma non ti potrò nascondere le ombre che si mescolano alla luce; riconoscerai tra le mie parole la stanchezza delle notti in bianco e dei giorni in nero. La forza di gravità che marchia ogni responsabilità genitoriale non equamente condivisa; il mio essere donna, madre, padre, confidente, spalle, braccia, respiro, vita. Percepirai il suono dei miei respiri affannati, quelli di quando chiudo la portiera della nostra auto, spingendola con una gamba e afferro forte le buste della spesa, mentre ti stringo tra le braccia.

“Sfiori le tue ciglia, poi ti volti sorridendo.
-Mamma, ho i capelli sugli occhi per coprire benissimissimo quello che non voglio vedere”.
Ti bacio lo sguardo e ingurgito lacrime.”

La consapevolezza, bambina mia, è una vivisezione della realtà che incombe sulla propria essenza. Lascia i visceri esposti alle intemperie della razionalità, senza anestetizzarne le emozioni, anzi amplificandone i sensi. Ma aprire gli occhi è l’unica vera terapia per non morire della virulenta cecità emotiva, che ora sta annientando il mondo. Oggi ti accarezzo, facendoti da scudo dinanzi ai tuoi incubi. Ti osservo somatizzare l’amarezza di un’assenza, mentre ricerchi fiabe in cui poter rifugiare i perché delle altrui mancanze. Soffrirai amore mio. I tuoi recettori affonderanno nel dolore il momento in cui le tue emozioni saranno sottoposte alla lama tagliente del raziocinio, plasmandosi in sentimenti. E forse odierai e se lo farai sarà per il troppo amore, non per la sua assenza. Vivrai ogni fase di questa sofferenza e io sarò lì accanto, quando con gli occhi pieni di disincanto, suturerai con fili d’edera le tue ferite. Quando rigenererai la speranza e tingerai di tempera e valori la tela di un mondo. Il tuo mondo.

“-Mamma, tu non vai via? Rimani sempre sempre con me, vero?
-Certo, amore mio.”

Non sarò semplicemente in un “sempre”. Lo costruirò giorno dopo giorno. Sarò nelle intercapedini dei tuoi respiri, vegliando sulle tue paure, accompagnandoti nelle tue scelte, incentivando i tuoi valori, avvalorando i tuoi desideri. Terrò stretta la tua mano e scriveremo insieme la bellezza di “Esserci”.
“Con eterno amore. Mamma.”

circumnavigare

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Tieni stretti i sacchetti della spesa e una bimba addormentata tra le braccia, mentre chiudi da sola la portiera di un auto. Cerchi di combattere ad armi pari la fatica, persino nelle giornate troppo lunghe, per essere chiamate tali. E i secondi scandiscono ogni tuo movimento, mentre circumnavighi la vita, inciampando ripetutamente. Di ogni caduta ricordi il rumore del vuoto, e in ogni lacrima tratteggi i profili frastagliati di ecchimosi, ancora dolenti. Fissi attonita gli attimi in cui credi di poter tutto, e inerme quelli in cui ti senti meno di niente. E il tempo si siede in silenzio, fuori la tua finestra.

Così impari a ripeterti che è solo stanchezza, la mancanza di un abbraccio.

E crederci è un po’ come trattenere il respiro, fingendo di poter respirare.

Profili senza filtri

laura

Potrei raccontare le giornate tipiche di una donna sull’orlo di un “posso solo se voglio”. Quelle in cui ti ripetono che “se sei una cosa, come fai ad esserne anche un’altra.” Quelle giornate che capiscono in pochi, quelle che destabilizzano molti. Potrei raccontare le “mie” giornate. Quelle che scivolano ora dopo ora, inciampando a momenti alterni. Ché di soprannaturale ho poco se non nulla e di umano ho tutto. Potrei farne un elenco da spuntare, come quello della spesa ma risulterebbe asettico se non a dir poco banale. Potrei imparare a dirlo ad alta voce, che in un’unica giornata si può essere donna, madre, lavoratrice, amica, confidente, complice, amante, ma non renderebbe l’idea. Così mi siedo in un angolo del letto, un attimo prima che faccia notte, con le scarpe ancora da sfilare, la camicia lungo il bordo di un lenzuolo disfatto e fisso la mia immagine ricercandone le sfumature, mentre a cerchi concentrici disegno il tempo, dissolvendone gli attimi. Ed inspiro forte, in momenti come questo inspiro spesso intensamente. E mi rendo conto di essere mille sfaccettature tratteggiate lungo il bordo di un unico profilo; il mio.

La stanchezza dei forti


La stanchezza dei forti me la raccontava un vecchio, parlando della “Vita”. La descriveva come una puttana in ginocchio al presente, con la schiena al passato e gli occhi vogliosi al futuro. La immagino così, la Vita, ansimante in un triste bordello per affamati, mentre sensuale mette in vista la sua merce, per concedere al mondo un momento di effimera felicità. Labbra morse, sudore e sangue che pulsa. Sono una spettatrice questa notte, ferma in un angolo così convesso da risultare invadente. Rimango immobile a guardarla “scorrere” anche nel momento in cui vorrei allontanarmi, credendo stupidamente che ne esista una più “giusta”. Anche quando sento la stanchezza addosso. Quando le sue stanze diventano troppo strette; quando i metri quadrati si riducono a pochi centimetri, poi millimetri fino a dissolvere il mio spazio vitale. Emotivo. Esistenziale. 

Ti stavi lasciando andare? Non è possibile in una vita che vende sé stessa per ogni prestazione. Non è possibile in un bordello di gente affamata che vive per il proprio sostentamento, per il proprio orgasmo. Rimango immobile, a volte ingenuamente sbigottita. In silenzio in una stanza troppo stretta, con delle chiavi corrose tra le mani e un cuore cicatrizzato nell’altra.

Sono solo Luoghi


Non è un’ondata d’altezzoso snobbismo, è più un’equilibrata accondiscendenza, la mia. Nelle immagini, così come nelle parole, ci veda ciò che vuole, la gente. In fin dei conti ogni “Luogo” ha milioni di (s)oggettive visuali. La pretesa di esser compresi, il più delle volte scaturisce da una disequilibrata percezione dell’ambiente. Così come delle persone che ci circondano. Io che non ho mai preteso nulla, neppure dai sordi a cui mi sono raccontata ciecamente, cosa vuoi che mi aspetti dagli sconosciuti. “Pretendere” è un sintomo avido di cure, tutte immancabilmente palliative. Per cui mi siedo, lascio una sigaretta al vento, stesa a terra su una terrazza vuota e guardo la Città sorseggiarsi piano l’apparenza.

Sere né

L’aria è ferma. Raccolgo i capelli, camminando Milano di notte e osservo i pensieri correre senza meta. E penso a quanto sarebbe stato bello se ne avessero avuta una. Credo di essere stata bella una volta. Quando sorridendo, ingenuamente raccoglievo con la stessa cura i miei capelli e le mie emozioni.

13 Maggio di Sessantotto stagioni fa

Se ne andò un giorno di Febbraio. Sessantotto stagioni fa. A volte sembra ieri; altre no. E nel suo compleanno, che ha lasciato immobile senza il suo respiro, vedo mia madre assentarsi. Mi sono sempre chiesta il dove, mai il perché. Poi, dopo 68 Stagioni: autunno, inverno, primavera, estate. Ed ancora autunno, inverno.. dalle sue mani, solo poche righe.

“Ieri alle 7 del mattino sono andata a festeggiare un compleanno che da sedici anni festeggio da sola. La discesa è stata facile, ma la salita per tornare a casa … In compenso c’era Angelo che mi tirava.” campos.jpg

Così la guardo, io che a km di distanza, di mia madre non posso abbracciare nulla se non i pensieri. E mi rendo conto che l’amore, quello che il mondo allontana, ridimensiona, sbeffeggia, destruttura. L’Amore, quella cosa lì, esiste davvero. Ché gli occhi nocciola di mia madre, sono scheggiati dal verde degli occhi di mio padre e da sfumature d’eternità.